Derby Milan Inter
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CIUMBIA - come direbbe l’immigrato medio meneghinizzato - un’altra volta il derby. Come la vita, che si mette a correre quando tu rallenti, si ha l’impressione che i confronti tra cacciaviti e bauscia - festa da palio di Milano, che tiene solo due contrade ma bastano e avanzano - si siano moltiplicati negli ultimi tempi. Colpa dei torneucoli estivi, ma poi alla fine i derby veri, nei dodici mesi, sono due (o quattro, se nella stagione buona s’incrocia l’Europa) e così sia. Siamo già in postazione.
Novanta minuti cotti alla milanese. La Partita delle Partite: un evento sempre diverso, sempre sorprendente
LA TRIBUNA centrale del primo anello del Meazza-San Siro e quella alla sua destra, un tempo pertinente ai curiosi di mestiere (ormai da più di un lustro è adibita ad altro uso, essendo le nostre penne stamperine, senza eguali al mondo, impiccionate al secondo anello. E cara grazia...) sono superbi punti di vista di un gran contesto. I migliori, diremmo, di uno stadio che anche dal terzo girone del purgatorio consente una discreta fruizione oculare delle vicende a raso d’erba.
Ma le due succitate balze, anche nei confronti delle omologhe e dirimpettaie gradinate, hanno il vantaggio non indifferente dell’ortogonalità: il messale della partita si squaderna per il verso giusto, cioé il nostro, comprese le panchine che leggono l’incontro nella stessa direzione dell’inclito pubblico tribunizio. Nelle notti di derby, a maggior ragione, posar gluteo su quell’angolo privilegiato di stadio, dà un sovrappiù di voluttà, una vertigine di piaceri superflui: i più tronfi fra noi si sentono quasi assurti a concelebranti del rito ambrosiano, vanno fieri dell’appartenza all’apparenza, fallace ahi quanto, di una milanesità immutabile, trionfante, tipica. Bella illusione, in un groviglio cittadino che di tipico ha ormai ben poco.
MA FORSE, nel ben poco, c’è San Siro: resta uno stadio tipicamente milanese, financo nelle fugaci zolle di erba forestiera che appassiscono in un rapido periodare, emanando quell’odore d’alga malata che talvolta punge le nari anche ai notabili delle già citate tribune.
Il genio del luogo perdura e illude: le dolomitiche platee e le gallerie odorano di panettone e di nebbia anche di luglio e questo è un fatto misterioso e bello. Ma soggettivo assai.
A chi importa, del resto, annusare uno stadio se non al terribile protagonista di «Profumo»? Il derby in sè, la polpa del grande sogno meneghino, ha una gran faccia tosta nella percentuale del 90 (e rotti) per cento, ma mica per colpa sua: vive un antipasto di sapori forti, spezie e droghe affumicate. Viviamo nell’era delle presentazioni barocche e iperboliche, spesso anche il derby vale più per la confezione che per il contenuto.
Quanti scontri del secolo (secoli che durano sei mesi cadauno) si sono poi rivelati poca cosa, da cronachetta senza troppi spunti, in un sottofondo di spigolosità? Ma la realtà qualche volta si vendica e San Siro partorisce splendide creature: Milan e Inter (Inter e Milan...), allora, suscitano come lune gemelle un urlìo di impetuose maree montanti, un groviglio polisillabico di accenti e di bestemmioni in transito con le luci di ingombro. Perché il derby resta faccenda popolare, istintiva, verace di tifo che non trascende mai - persistendo da lunghi anni un civilissimo accordo tra le due curve - ma che gioca di motteggio, sfotti che ti passa. Basta, al tifoso rossonerazzurro, che la sua squadra vinca al 91’ su calcio di rigore o su autorete. Carogna vera, senza il buonismo mannaro di chi ti vuol bene a tutti i costi, ti abbraccia e intanto nasconde il bisturi.
(da un articolo del Giorno del 27/09/08)
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